Gli avevo detto che ero curiosa di vedere Villa Ada. Mi aveva colpito l'ambientazione di "Che la festa cominci", di Niccolò Ammaniti, un autore che amo molto, con i suoi personaggi teneri e gaglioffi, le atmosfere surreali, l'humour nero, le vicende tragiche e affettuose.
Dunque mi ci ha portato, a Villa Ada.
Dopo il bel giro in bici lungo il Tevere, che sarebbe stato adeguato alle mie povere ossa, ho affrontato salite, per me durissime, verso la Via Salaria, la più lunga delle vie consolari, quella destinata al trasporto del sale, dall'Adriatico a Roma..
Salite e zanzare. Finché non giungiamo a questo parco bellissimo, un po' incolto e selvaggio.
Vi si apre lo specchio tranquillo di un lago tra prati e pini ad ombrello, meta di picnic famigliari e giochi di bimbi.
Si snodano sentieri ombrosi. Si sente il gorgoglio dei rivi insieme alla voce di centinaia di uccelli.
Me lo godrei molto, questo immenso spazio verde, amato dai Savoia come residenza e come luogo di caccia, se non fossi così stanca e accaldata. Distrutta nella mia base coccigea dal sellino della bici.
Vi sono alberi alti di tutte le specie, dai pini aĺle palme, inserite come elementi decorativi in quello che era stato studiato come un'architettura verde, un giardino composito, tra piante autoctone e essenze tropicali.
Tra i rami il sole ricama giochi di luce.
Ci sarebbero tante cose da vedere. La Reggia, ora sede di un consolato. Le scuderie. Il rifugio antiaereo fatto costruire da Mussolini per la famiglia reale: un bunker ora invaso dai deliri dei writers.
Mi accontento della poesia degli alberi fitti.
Mi trascinerò fino a casa, quasi anchilosata, mandando imprecazioni mentali a lui, alla bici, ad Ammaniti, a Villa Ada.
Andateci comunque a Villa Ada.
Perché è bellissima, così un po' abbandonata.
Poco artefatta.
Ma non andateci in bici.
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